L’animazione non è solo per bambini – prima parte
Il cinema d’animazione è sempre stato considerato, in Italia, un genere secondario relegato al puro intrattenimento per bambini. Le motivazioni sono molteplici e si devono rintracciare soprattutto all’origine dell’animazione italiana. Come sottolinea Giannalberto Bendazzi nel suo testo, Lezioni sul cinema d’animazione, l’atteggiamento culturale nei confronti dell’animazione è ben evidente già nell’utilizzo del termine “cartone animato”, traduzione fonetica dell’americano animated cartoon coniato per indicare i cartoons caricaturali che dalle vignette sui giornali sono passati agli schermi cinematografici. “Questa scorrettezza del termine “cartoni animati” non sarebbe grave […] se non comportasse una sottintesa idea di cosa futile, trascurabile, destinata a baloccare i bambini”. In questo saggio si cercherà, pertanto, di mettere in luce, senza troppe distinzioni tra lungometraggio o cortometraggio seriale, i motivi che hanno portato a generare questo cliché culturale italiano.

Questa sottovalutazione del genere non è giustificata alla luce di tutta la produzione esistente, in quanto il cinema d’animazione altro non è che una forma diversa di comunicazione, un linguaggio altro rispetto al cinema “live action” e che, per certi aspetti, risulta la conseguenza ovvia della ricerca riguardo alla dinamizzazione dell’immagine pittorica che è alla base della nascita del cinema.
Probabilmente all’origine di questo atteggiamento verso l’animazione vi è un equivoco sia di carattere estetico sia contenutistico. Estetico in quanto le immagini animate per loro natura meglio si prestano come forma di un linguaggio per un pubblico molto giovane e, come contenuto, perché la fonte principale d’ispirazione per l’animazione è il mondo delle favole. Il risultato è stato che la componente pedagogica ha il più delle volte travalicato i propri confini andando a rinchiudere il mondo dell’animazione all’interno di un universo puro che come tale deve rimanere perché rivolto ai bambini, li deve educare trasmettendo valori morali e positivi. In realtà l’universo del cinema d’animazione è molto più complesso e variegato e ciò che va a decretare se un prodotto è adatto o meno ai minori è il modo con cui la storia viene raccontata e questo vale anche per il cinema live che può essere più o meno adatto ai bambini.

L’animazione, quindi, essendo un linguaggio cinematografico può trattare ogni tematica offrendo tra l’altro soluzioni grafiche che talvolta non sono possibili nel cinema tradizionale.
A mostrarci queste possibilità è da sempre l’animazione giapponese la quale crea prodotti diversificati per le varie fasce d’età. Abbiamo quindi i kodomo, anime creati apposta per un pubblico infantile, gli shojo e gli shonen che sono mirati ad un pubblico adolescente rispettivamente femminile e maschile e, infine, i seinen che sono pensati specificatamente per un pubblico di soli adulti. Questa diversificazione è sempre stata recepita in modo sbagliato nel mondo occidentale, soprattutto in Italia, la quale ha da sempre operato moltissime censure sui prodotti nipponici cercando di adattare qualsiasi genere di anime a un pubblico prevalentemente di minori. Il risultato è stato quello di fomentare la concezione che i prodotti cinematografici/televisivi d’animazione sono ad uso esclusivo dei bambini oltre ad aver manipolato le varie storie, violando moralmente l’autorialità di chi quei prodotti li aveva creati.
La differenza è sostanzialmente culturale, gli anime giapponesi hanno l’obiettivo di educare i giovani ad affrontare le difficoltà della vita, la quale viene esposta senza mezzi termini. Il tema della morte, della separazione ma anche dei primi amori, le prime delusioni, fino ad arrivare ai problemi sociali, sono tutti affrontati con chiarezza e con estremo realismo. Questo intento pedagogico è sempre presente nell’animazione giapponese che non risparmia nessuno, dove i finali non sono quasi mai lieti e dove molto spesso rimane l’amaro in bocca, ma del resto è molto più reale del “ vissero felici e contenti”. Le produzioni occidentali, il cui valore educativo risiede nella morale e nell’utilizzo di metafore pedagogiche dotate di verosimiglianza, hanno sempre cercato di costruire mondi alternativi dove il male è sì presente, ma in funzione educativa, per sollecitare comportamenti positivi grazie ai quali esso potrà essere sconfitto.

Quando si parla di animazione occidentale non si può non pensare alla produzione Disney che ha imposto un modello narrativo sviluppando un linguaggio universale in grado di parlare tanto ai bambini quanto agli adulti. Ciò che cambia sostanzialmente nell’animazione Disney è il modo con cui l’intento pedagogico è sviluppato perché se da un primo sguardo le storie raccontate catturano l’attenzione dei bambini grazie alla grafica, all’ambientazione favolistica e agli intramezzi musicali, esiste un’ ulteriore struttura percepibile con uno sguardo più attento, da adulto se vogliamo, in cui si possono cogliere tematiche, doppi sensi o battute che sono comprensibili solo per un pubblico più maturo. A questo proposito ricordo cattivi come Medusa di Le avventure di Bianca e Bernie o come Sykes di Oliver & Company che, rispettivamente incarnano con grande abilità, tematiche quali lo sfruttamento minorile e il fenomeno dell’usura e che, per uno spettatore infantile, sono gli antagonisti di turno come ogni favola che si rispetti deve avere, mentre per un pubblico adulto corrispondono alla rappresentazione di problematiche presenti nella società reale. Anche temi abbastanza complessi e dolorosi come ad esempio la morte di un genitore (vedi il Re Leone o Bambi) sono affrontati con una lettura volta verso un finale lieto. Il dolore nelle favole Disney è si presente ma è volto a costruire un futuro più felice, la sofferenza è solo un passaggio, è solo un ostacolo da superare. Disney stesso, rispondendo alle critiche di chi lo accusava di aver realizzato per Biancaneve una sequenza troppo terrificante in cui gli alberi diventano mostri spaventosi che cercavano di catturare la principessa, disse che il lieto fine va guadagnato. Questa tendenza a costruire più livelli interpretativi a seconda del pubblico che osserva il medesimo prodotto si è poi trasferita, in tempi più recenti, negli studi Pixar, fatta propria anche dai vari studi di animazione in CGI come Dreamworks, Sony Pictures Animation, Illumination Entertainment e Blue Sky Studios. Molti infatti sono i prodotti d’animazione che permettono più livelli di letture e che sono perfettamente adatti ad un pubblico eterogeneo dal punto di vista dell’età anagrafica. Si pensi a Shrek delle DreamWorks che oltre ad aver sovvertito le regole della favolistica tradizionale, ponendo come protagonista la figura di un orco notoriamente famoso per essere l’antagonista brutto e cattivo, presenta una trama con vari sketch comici, parodie riguardo ad aspetti culturali della società americana e battute finemente ironiche giocate sui doppi sensi. Ad esempio in Shrek II la scena in cui la Fata Madrina rimprovera al re Harold il fatto che la figlia, la principessa Fiona, si fosse sposata con Shrek invece che con suo figlio il principe Azzurro e di come quest’ultimo abbia affrontato un viaggio lungo e insidioso per poi scoprire che Fiona era già in luna di miele: “affronta gelidi venti e torridi deserti, arriva alla dannata stanza più remota della dannata torre più alta e cosa trova? Un lupo di sesso confuso che gli dice che la sua principessa è già sposata!”. E’ proprio nel modo di giocare coi contenuti, quindi, che risiede la differenza culturale riguardo l’approccio con cui America e Giappone affrontano le produzioni animate.

Alla luce di quanto emerso non è un caso, quindi, che si è dovuto attendere il 2001 per vedere un capolavoro di produzione giapponese – La Città Incantata del maestro Hayao Miyazaki – affermarsi a livello mondiale vincendo: l’Orso d’Oro al Festival di Berlino nel 2002 e l’Oscar come miglior film d’animazione nel 2003.
Miyazaki ha saputo, grazie al proprio linguaggio cinematografico, inserirsi nel circuito dell’animazione occidentale e ad essere riconosciuto come uno dei massimi registi al mondo. Il motivo di questo grande successo lo si deve alla sua capacità di usare un linguaggio universale in cui qualsiasi persona di età, paese e cultura diversa possa riconoscersi. Il mondo di Miyazaki è fatto per incantare gli occhi e arricchire lo spirito, “è un mondo fatto di fantasia e colori, di lavoro appassionato e rigoroso, di radici culturali e antiche tradizioni, di commistioni tra Oriente e Occidente, di idee sulla società e sulla politica. Un mondo che conquista i più piccoli ed è capace di parlare al cuore e alla mente degli adulti stupendo, divertendo, commuovendo e facendo riflettere, costituendo così un potente racconto dell’animo umano” .
Dopo lo straordinario successo de La città Incantata, infatti, il mondo occidentale ha recuperato tutti gli altri capolavori dello Studio Ghibli che erano passati in sordina negli anni precedenti. E’ stato quindi il caso di lungometraggi come Principessa Mononoke, Il mio Vicino Totoro e Kiky consegne a domicilio, per citarne alcuni, che sono stati recuperati dalla cantina, rispolverati e riportati ad antico splendore.
Sull’onda del successo delle opere di Miyazaki hanno ritrovato nuova luce e, se vogliamo, una nuova veste anche altre opere d’animazione giapponese conosciute fino a quel momento, solo da una ristretta cerchia di appassionati. Si tratta ad esempio delle opere di Isao Takahata, altro grande regista dello Studio Ghibli che ha realizzato film come Una Tomba per le Lucciole e La Principessa Splendente, oppure lungometraggi prima distribuiti solo in home video che vedono una distribuzione presso le sale cinematografiche, come il più recente Berserk – L’epoca d’oro – Capitolo III: L’avvento di Toshiyuki Kubooka.