Home » articoli » recensioni » Zama di Lucrecia Martel: Quando la Burocrazia Conduce al Furore

Zama di Lucrecia Martel: Quando la Burocrazia Conduce al Furore

recensioni

Presentato fuori concorso a Venezia 74, Zama, della regista e sceneggiatrice argentina Lucrecia Martel, mette in scena un classico della letteratura del Novecento, che trova la sua dimensione ideale in una narrazione cinematografica stagnante, ma sempre attraversata da una inquietudine che ne turba la stasi.

Zama LocandinaNel Paraguay del 1700, don Diego de Zama è un ufficiale della Corona spagnola costretto, per ordini superiori ed incontestabili, a vivere in un paesaggio ostile e desolato. In attesa di una lettera che finalmente gli consenta di tornare a casa, dove lo aspettano ancora (forse) moglie e figlio, don Diego si concede stremato ai piaceri della carne, gli unici che quella terra può offrire in abbondanza. Giochi erotici per distrarsi e dimenticare anche solo per pochi minuti la sua condizione di insoddisfazione cronica, causata dall’impossibilità di abbandonare per sempre quei luoghi di frontiera nei quali è confinato.

Il nuovo lavoro di Lucrecia Martel sembra partire dalle premesse che solitamente danno il via ai film dell’austero Andrej Zvyagincev, cineasta russo che ha sempre utilizzato le più improbabili problematiche burocratiche come innesco per drammi personali. Così anche il don Diego de Zama interpretato da Daniel Gimenez Cacho, già prete peccatore ne La mala educación di Pedro Almodóvar, è vittima di lungaggini burocratiche (la Carta del re che tarda ad arrivare, il succedersi di governatori disinteressati al suo problema) che lo spingeranno sull’orlo di una follia che si tradurrà in “furore” (non dissimile da quello di Aguirre) sessuale.

L’ufficiale della Corona vive una stagnazione infinita che è ripresa attraverso lo sguardo deformato e deformante della regista, la cui macchina da presa, contrariamente a quanto avviene nelle avventure di stampo classico, rinuncia quasi sempre all’ampiezza degli orizzonti paesaggistici, per chiudersi in tuguri che tolgono il respiro. Se il suo film d’esordio (che già si intitolava, ironicamente, La ciénaga, “la palude”) si svolgeva in uno stato di semi-ipnosi come quello di cui erano preda i protagonisti di Cuore di Vetro di Werner Herzog, adesso Lucrecia Martel sembra guardare ai film “amazzonici” del maestro tedesco, recuperando sul finale l’afflato di Cobra Verde. Gli arredamenti, i vestiti appariscenti, le parrucche settecentesche calzate sempre in maniera inappropriata, richiamano gli atipici period-drama di Albert Serra, ai quali Zama è accomunato anche dai temi trattati: il decadentismo dell’appagamento sessuale (Historia de la meva mort), l’agonia di dover vivere un destino già segnato (La mort de Louis XIV).

Zama recensioneLe immagini perfettamente composte dalla Martel sono sempre percorse da una inquietudine che è la stessa che muove (e non muove) il personaggio principale. La stasi estetica del quadro-immagine è costantemente contrastata da una narrazione che rifiuta la coerenza, che è agitata dallo stesso (inutile) impeto del suo protagonista, che agisce già consapevole del fallimento cui andrà incontro.

Zama è un film de-centrato nella regia, dal momento che la Martel ci mostra spesso pezzi di corpo, figure quasi mai riprese nella loro interezza, quanto nei luoghi, periferie del mondo in cui l’oppressione coinvolge tutti, benestanti e schiavi, padroni e sudditi, regista e spettatore. Zama, essendo cinema radicato (quasi inamovibile) ma anche radicale, non assomiglia ad altro se non a se stesso, concedendo qualche eccitazione a chi guarda solo nelle battute finali, nelle quali riesce a costruire sapientemente la tensione (anch’essa tesa verso nuove e più angoscianti situazioni di stasi) traendone appagamento.

Tratto da un classico moderno della letteratura argentina, l’omonimo Zama di Antonio di Benedetto, datato 1956, il film di Lucrecia Martel conserva pochissimo del romanzo, che non è trattato con la reverenza che di solito si riserva ai grandi volumi letterari, ma subisce lo stesso trattamento di “disfacimento”, decostruzione e smantellamento cui la regista sottopone la sua narrazione cinematografica, pervasa costantemente da un senso di fine ineluttabile (ma se la fine fosse già arrivata prima dell’inizio del film e noi stessimo assistendo alla sua inevitabile accettazione?). La Martel compie con questo suo nuovo lungometraggio una operazione difficilissima, quella di far coesistere la maestosità con la mediocrità, restituendo ad entrambe la propria dignità ontologica.

 

Scheda tecnica

Titolo originale: Zama

Regia: Lucrecia Martel

Soggetto: Lucrecia Martel

Sceneggiatura: Lucrecia Martel

Interpreti principali: Daniel Giménez Cacho, Lola Dueñas

Produzione: Argentina, Spagna, Francia, Paesi Bassi, Stati Uniti d’America

Anno: 2017

Trailer