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Secretly, Greatly, di Jang Cheol-soo

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 44692985Se i nostri registi coreani preferiti girano una scena violenta, sarà una scena estremamente violenta. Una scena buffa sarà estremamente buffa, una scena triste sarà estremamente triste. In prossimità dei limiti di velocità imposti dal Filmabile e dal Sostenibile, gente come Kim Ki Duk, Park Chan Wook, Kim Ji Woon spinge sull’acceleratore invece che sul freno, speronando i posti di blocco dell’autocensura come fossero di polistirolo, trascinando il nostro sguardo ogni volta un po’ oltre, con una inevitabile conseguenza terapeutica: non ci accontentiamo più. Jang Cheol-soo, che è stato aiuto-regista di Kim Ki Duk, ci aveva conquistati con Bedevilled, storia cupa sordida e violentissima di una donna che si vendica delle violenze subite. Qualsiasi futuro Rape And Revenge dovrà inevitabilmente confrontarcisi. Per Secretly, Greatly cambia totalmente genere, approccio e umore.

La storia è tratta da Covertness, web-cartoon popolarissimo in Corea, ed è interpretato da tre teen-idols giovani e belli. Nelle teste dei produttori questi due elementi hanno di certo fatto risuonare il suono sexy delle banconote fruscianti, ed infatti i record d’incassi nazionali sono stati battuti già dal primo giorno di programmazione, nonostante si tratti di una commedia estremamente divertente (ricca di slapstick e trovate esilaranti) che diventa un action/spy movie estremamente coinvolgente che termina in una tragedia estremamente drammatica e commovente. Storia di spie, guerrieri sovrumani, militarmente super-addestrati NordCoreani infiltrati nella Corea del Sud. Vite ed affetti cancellati in nome della patria, cieca obbedienza agli ordini. Tutti gli ordini, anche quelli più grotteschi: se devi recitare il ruolo dell’idiota del villaggio (ruolo che tocca al protagonista), devi cadere per le scale una volta al giorno, e fare la cacca per strada ogni sei mesi. Dopo due anni di vita sotto copertura (quindi approssimativamente Secretamente_com_Grandezadopo quattro cacche per strada) arrivano due nuovi agenti, anch’essi membri dell’unità segretissima, talmente segretissima che neanche i vertici militari e politici della loro amata parte di Corea conoscono (ad eccezione del loro diretto superiore, mentore ed addestratore dalla faccia sfregiata). Uno è il figlio di un generale, all’apparenza un cinico fighetto raccomandato che si traveste da aspirante rockstar. L’altro, giovanissimo, rigidamente disciplinato, e seriamente determinato a servire la patria ad ogni costo, diventa uno studentello.

I due, tre cambi di tono e registro sono netti come il confine tra le due Coree, e spiazzanti, molto spiazzanti (si pensi alla differenza di luce colore e atmosfere tra la prima parte, divertente e rassicurante, quasi da “c’era una volta un villaggio”, e la seconda parte, quella più action, violenta e melò, sotto la pioggia fitta e un grigio amaro, molto amaro). A cambiare in corsa non sono soltanto il tono e il registro: il peso dei personaggi (sapiente è la loro costruzione, regia e sceneggiatura vi aggiungono pezzi man mano che la storia avanza), la loro identità – nascosta e non – e la percezione di essa che vediamo sui volti degli abitanti del villaggio, subiscono sbalzi e mutamenti ad alto tasso di emotività, che è poi il motivo per il quale a questa storia è facile appassionarsi anche se del rapporto tra Nord e Sud della Corea si conosce poco: le dinamiche rischiano di apparire inverosimili e ostiche. Semplici ed universali sono invece i temi dell’amicizia, della fratellanza, del sacrificio, e quando i tre sono insieme sullo schermo, l’alchimia è perfetta: sembra quasi di trovarsi al cospetto delle scene più buddy di C’era una volta in America.

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