Intervista a Mauro Carraro – seconda parte
Di seguito la seconda parte dell’intervista fatta a Mauro Carraro (per chi se la fosse lasciata scappare, è possibile leggere la prima parte a questo link). Enjoy!

Saba Ercole: Vorrei soffermarmi sul discorso legato alla musica. In Matatoro la musica contribuisce a dare la sensazione di cultura spagnola, di corrida, prepara lo spettatore a mettersi in un certo stato d’animo, richiama nello spettatore determinate immagini della Spagna, lo prepara al film….
Mauro Carraro: Fa da cerniera
SE: Sì. Invece in Hasta Santiago mi sembra che la musica faccia un notevole passo avanti. La colonna sonora, oltre ad essere particolarmente bella (la canzoncina, ad esempio, rimane in mente come se fosse un jingle) sublimizza l’immagine. Ci sono in particolare due momenti: il più bello credo che sia quello in cui si arriva alla Madonna del Pilar in cui c’è quel canto solista di soprano, è una parte stupenda e suscita una sensazione molto forte. Ti volevo chiedere: quando stai lavorando a un tuo corto come funziona il discorso legato alla musica e come lavori con chi si occupa della musica?
MC: È stata una fortuna perché per Matatoro e per Hasta il compositore è stato Pierre Manchou. Io creo con la musica, quindi interpello il compositore prestissimo, chiedo “qua ci vorrebbe un passaggio di questo tipo”, mettendo prima delle musiche “d’intenzione”, che assomigliano un po’ alla sensazione che voglio dare; il musicista parte da questo e mi fa delle proposte
SE: Quindi tu entri in contatto con i musicisti quando il film è ancora nella tua mente o comunque allo stato di sketch?
MC: Esatto. Ho bisogno di avere la musica abbastanza presto, è un mio metodo, poi tanti finiscono prima il film e poi chiamano il compositore. Però il mio compositore si diverte proprio perché ha tantissima libertà e tantissimo tempo nell’inventare questi pezzi. Per me è una parte importantissima nella costruzione di un film, basti pensare che in Matatoro la giostra per me era qualcosa che si avvicinava più a un carosello, quindi abbiamo chiamato una banda che suona proprio durante le corride all’arena. Invece per Hasta Santiago abbiamo chiamato una corale di musica da chiesa. In Hasta Santiago uso la musica soprattutto quando sono in un momento di maggiore intimità (in una chiesa, di fronte alla Madonna del Pilar) per mostrare quando vedo la luce, quando riesco a vedere dove sto andando, dove mi è più chiaro il cammino. Il jingle invece è la forza del gruppo: è un’altra dimensione del viaggio, nel senso il viaggio come compagnia, come truppa.

SE: È stato bello concludere Hasta Santiago in questo modo: quando si arriva alla fine del viaggio, il personaggio arriva all’ultimo lembo di costa prima dell’oceano. L’atmosfera mi è sembrata quasi malinconica. E questa atmosfera un po’ di malinconia mi sembra che ci sia anche negli altri tuoi lavori, che viene però stemperata de un elemento che sia la musica piuttosto che nel colore…
MC: Sì, io sono molto malinconico, vivo nel presente ma lo vivo sempre in forma passata, penso “sono già dei ricordi”, quindi già li metabolizzo…e quindi quando mi son detto ”va bene, il viaggio è finito, cosa mi è rimasto” tornando a casa mi è sembrato di avere ancora dietro di me questa processione che sono le persone che ho incontrato in realtà. Il cammino è finito ma io sono arricchito perché ho questa processione dentro me che mi accompagna sempre e che quindi stempera questa nostalgia e l’alimenta.

SE: Una curiosità: tu adesso vivi e lavori in Svizzera. C’è più spazio, sia nella distribuzione cinematografica che nella programmazione televisiva, ad un tipo di animazione diverso?
MC: Ci sono degli spazi destinati ai cortometraggi, tardi la sera, in televisione. Poi al cinema no, sono spesso i grandi film; in realtà io vivo più la realtà dei festival, dove puoi vedere le cose un po’ più particolari, le cose non viste.
SE: Hai detto che secondo te un pregio/difetto dell’animazione francese è che hanno ottime scuole, hanno tanti soldi, però in un certo qual modo questa impostazione fortemente industriale va a vantaggio della tecnica e a scapito dello stile personale. Tu fai il paragone rispetto agli animatori in Russia, dove sottolinei come fare animazione significa soprattutto studiare i maestri. Volevo capire questa differenza
MC: È diversa perché in Russia ci sono queste figure come Petrov, Norshteyn, che sono delle figure autoriali, non sono uno studio, e poi sono insegnanti. E lasciano un’impronta ai loro allievi che in un certo senso si ispirano a loro. Molto spesso, non tutti, ma molto spesso senti questa cosa “si è ispirato al suo maestro” e non è una cosa negativa perché è un esercizio di stile, perché c’è questa stima. Per noi che non abbiamo questi maestri vediamo i corti degli studenti russi e diciamo “wow! Che figata”, mentre per un russo è ”sta scopiazzando il suo maestro”, quindi diciamo succede la stessa cosa che da noi che sappiamo benissimo “ah, è tale scuola perché quello lì si ispirano allo stile Pixar, etc”.

SE: Tu citi come punti di riferimento artistici Davide Toffolo, Paolo Cossi, Anita Killi, Bill Plympton….
MC: Davide Toffolo in primis. Quello che invidio nella gente è la polivalenza, uno che è bravo a fare i fumetti, a fare l’animazione, a fare i testi, a cantare: quello è un dono. C’è poi chi come Paolo Cossi da sempre va sulla sua strada imperturbabile, ha trovato il suo stile, le sue idee e di li non si muove, questo è ammirevole.
SE: Se ti chiedessero quello che tu potresti ritenere una sorta di maestro dal punto di vista stilistico, che nominativo daresti eventualmente? Non necessariamente un animatore
MC: Sicuramente Mattotti, che raggruppa un po’ il sentimento che ho quando faccio un disegno, quando faccio un film animato, cerco di toccare le stesse corde che tocca lui diciamo, questo pastello, queste texture molto accentuate, questi colori molto vivi

SE: Adesso a cosa stai lavorando?
MC: Adesso sto lavorando a un cortometraggio difficile da spiegare, perché è ispirato ad una cosa molto particolare. È su un avvenimento che esiste veramente: sono le mie impressioni, la mia reinterpretazione dei concerti all’alba, alle 6:00 del mattino, al lago. Sono dei concerti che organizzano qui a Ginevra, nel lago, durante l’estate e si esibiscono vari musicisti. E quindi a me ha impressionato molto…perché già è desueto andare al mattino presto a vedere un concerto, di solito vai la sera…ed è il tempo del risveglio del sole, nel senso che dura un’ora, dall’inizio dell’alba sino a quando fa giorno, quindi in quel lasso di tempo relativamente breve si creano delle sensazioni che non avresti…ti chiedi “sogno o son desto” perché sei ancora un po’ addormentato dalla notte passata. Qui la musica è ancora più centrale, perché è basata sulla composizione di questo autore, ed è tutto ritmato su questo pezzo, che è molto di trans, molto ripetitivo, gioca sugli eco, sulle vibrazioni, quindi anche l’immagine è tutto un rimbalzare, un passarsi la palla sui vari elementi come può essere l’acqua, gli uccelli marini, i nuotatori…il pubblico sono i nuotatori del mattino (il compositore si chiama Mich Gerber). Il corto si chiamerà Aubade, che è il contrario della serenata, nel senso che è una canzone fatta al mattino presto, in lode a un amore o al sole per esempio.